MAESTRI DELL’ESCLUSIONE: LA LUNGA STRADA DEL GOLF VERSO L’UGUAGLIANZA

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di Valentina Buzzi

Essere donne e nere non è una combinazione di facile gestione nella vita di tutti i giorni, figuriamoci su un campo da golf. Leggenda vuole che il nome dello sport più elitario ed esclusivo al mondo sia l’acronimo dell’espressione Gentlemen Only Ladies Forbidden, ovvero “Solo per Gentiluomini, Donne Escluse”; non c’è dubbio di esagerazione favolistica, invece, ma solo la conferma della storia, quando si ricorda che per oltre 30 anni i golfisti  di colore non hanno potuto accedere al Tour Professionistico americano a causa di una odiosa clausola caucasica, spazzata via nel 1961 dal talento di Charlie Sifford, primo afroamericano ammesso al PGA. Durante il Tour, Sifford si è ritrovato più volte bandito dai ristoranti delle clubhouse e preso di mira da abusi e minacce razziste, ripercorrendo in salsa sportiva le vicissitudini narrate nel film da Oscar GreenBook (ma senza un buttafuori che gli coprisse le spalle). Erano gli anni del segregazionismo, si dirà. La realtà è che dal 1961 a oggi, in oltre mezzo secolo di storia, il golf ha fatto ben pochi passi in avanti in termini di inclusione.

 

Ancora nel 2021 essere donna, nera e voler giocare a golf resta una sfida per la 20enne Maya Torpey, scelta dalla LPGA (l’associazione delle professioniste americane) per un’indagine su come la generazione Z (i nati tra la fine degli anni Novanta e il 2010) immagina lo sport del futuro. Peccato che la disciplina prediletta da Maya sia legata a doppio filo con il passato. Il golf è un gioco basato sulla tradizione. È uno sport definito dal rispetto e dalle regole di etichetta che abbracciano l’abbigliamento, il comportamento e la cura del percorso. Ma a volte le tradizioni (che in alcuni frangenti regalano un senso di confortante sicurezza, come nel caso delle immancabili fragole con la panna di Wimbledon) finiscono per soffocare il progresso, quando si oppongono il cambiamento. Nel secolo scorso, il golf raramente si è posto il problema, ma nel 2020 la morte di George Floyd (e tutto ciò che è scaturito dal movimento Black Lives Matter) ha sfidato queste norme cristallizzate, permettendo al vento del cambiamento di entrare in un santuario del golf come l’Augusta Masters.

Lee Elder protagonista della Honorary Start all’Augusta Masters

 

La cena dei Campioni il martedì sera, le divise immacolate dei caddie, i fili d’erba tagliati con millimetrica precisione: il torneo di golf più affascinante e conosciuto al mondo ha introdotto progressivamente le sue tradizioni dal 1932, ovvero da quando il campione Bobby Jones decise di costruire ad Augusta, in Georgia, un campo da golf sui resti di un vivaio abbandonato che era stato in precedenza una piantagione. Anche l’Honorary Start (3 campioni del passato che tirano il colpo inaugurale) è un rito che si rinnova dagli anni ’80; ma nell’edizione del 2021 qualcosa è cambiato. L’86enne Lee Elder è stato invitato a colpire il primo drive di un torneo in cui ha fatto storia nel 1975, diventando il primo giocatore nero a ricevere un invito ad Augusta , dopo la sua vittoria al Monsanto Open in Florida. Prima di allora, i cancelli del club erano rimasti sbarrati per le persone di colore che, se volevano accedere al percorso, avevano opzioni limitate al catering, alle pulizie o, nel migliore dei casi, al caddying. In pratica Lee Elder poteva benissimo portare la sacca a un golfista bianco, se lo desiderava, ma di assaggiare con il suo putt i green velocissimi del campo, o provare a uscire indenne dall Amen Corner (il trittico di buche più difficile del percorso), neanche a parlarne. Almeno fino a quando la barriera del razzismo è stata infranta.

 

Il golf è lento a onorare i suoi eroi afroamericani. Elder ha dovuto aspettare di compiere 86 anni per ricevere il giusto riconoscimento (tanto che non è nemmeno riuscito a tirare il drive di partenza a causa dei numerosi acciacchi fisici) mentre Jim Dent, nativo di Augusta e 12 volte vincitore del PGA Tour, ne aveva 80 quando la strada d’ingresso all’Augusta Municipal Golf Course è stata ribattezzata Jim Dent Modo in suo onore, nel giugno 2020. Charlie Sifford, invece, è stato insignito della Medaglia della libertà dal presidente Barack Obama nel 2014 pochi mesi prima della sua morte, all’età di 92 anni. Tiger Woods, cinque volte vincitore del Masters e icona globale del golf, ha chiamato il figlio Charlie proprio in suo onore. Senza Sifford, non ci sarebbe stato Woods. Del resto, il principio è molto semplice: non puoi diventare quello che non riesci a vedere. Se i giovani afroamerciani vedono pochi giocatori neri sul Tour, non sapranno a chi ispirarsi e taglieranno il golf dall’orizzonte delle loro possibilità.

Un giovane Tiger Woods con Charlie Sifford, primo afroamericano ammesso sul PGA Tour

 

Soprattutto in campo femminile, i numeri dell’inclusione sono bassissimi: Mariah Stackhouse, 26enne di Charlotte laureata alla Stanford University, è l’unica donna nera che gioca a tempo pieno sulla LPGA, e lo scorso anno ha recitato nella campagna Drive On che promuove storie di perseveranza tra le golfiste. Ritagliarsi uno spazio in Tour dominato da ragazze bianche, ad esempio, è già un gesto di resilienza. Dei 582 membri di LPGA e Symetra Tours, 323 giocatrici sono bianche (55%), 183 sono asiatiche (31%), 51 sono latine o ispaniche (9%), 8 sono native americane o provenienti da altre isole del Pacifico e solo 10 sono afroamericane (2%). Le percentuali creano imbarazzo anche in campo maschile: il PGA Tour ha comunicato che tra i suoi oltre 400 membri in attività, solo 4 hanno origini afroamericane: Joseph Bramlett, Cameron Champ, Harold Varner III e, naturalmente, Tiger Woods.

 

Cifre che non rispecchiano gli Stati Uniti d’America (dove i cittadini neri rappresentano circa il 13% della popolazione) e, di certo, il gesto pur bello e significativo di includere Lee Elder nel trio della Honorary Start (insieme a Gary Player e Jack Nicklaus) non basta. La vera sfida è ampliare il bacino di partecipazione non solo sui campi da golf, ma nell’industria di questo sport (un settore di 84 miliardi di dollari l’anno) e ai vertici aziendali. Nonostante i risultati sportivi di Elder, Dent, Sifford, Woods, gli uomini di potere del golf rimangono prevalentemente bianchi e maschi. Dei 19 consiglieri di amministrazione della PGA of America, 18 sono bianchi e 16 sono uomini, nessuno è nero. Uno dei pochi afroamericani a lavorare alla PGA of America, Wendell Haskins, è stato inizialmente assunto come direttore senior per la diversità e le iniziative multiculturali nel 2014, ma ha presto scoperto che il suo ruolo gli dava pochissimo potere decisionale. “Se il Masters vuole davvero integrarsi, non può semplicemente assumere una persona di colore come capo di un programma di diversità”, ha detto Walker. “Sono un’istituzione privata, quindi possono decidere di concludere affari con le aziende nere di Augusta e della Georgia. Che si tratti di produzione di abbigliamento, merci, trasporti, catering, alcuni esempi virtuosi non mancano”. Il riferimento, in particolare, è a Google, Apple e PayPal che da mesi lavorano affinché le aziende di proprietà diversificata siano incluse nell’approvvigionamento di beni e servizi.

 

Il golfista Cameron Champ protesta contro la discrimazione razziale con le sue scarpe

 

Serve un impegno costante per contrastare l’esclusione delle minoranze, che vada oltre il contentino simbolico, lo sparo nel buio o la protesta estemporanea. Sulle spinte che nel mondo dello sport si sono moltiplicate dal 2016 (dal gesto del quarterback dei San Francisco 49ers Colin Kaepernick, inginocchiatosi durante l’inno per manifestare contro il razzismo, allo storico stop della NBA nel 2020) anche il mondo del golf sta iniziando a muoversi: l’Augusta Masters ha infatti deciso di istituire la borsa di studio Lee Elder al Paine College di Augusta, in Georgia, e di finanziare la creazione di una squadra di golf femminile. Piccoli passi verso la rettifica di un passato fondato sull’esclusione, sia razziale che di genere. L’importante è che la correzione non diventi cancellazione o totale rinnegamento di ciò che è stato. Come la ridicola proposta di Rob Parker (anchorman di 7 Action News e Fox Sports) di modificare il nome del torneo Augusta Masters perchè “Masters”, in una vecchia accezione, significherebbe anche “proprietario di schiavi”. Nella sua crociata per un linguaggio epurato da ogni riferimento razziale, il giornalista ha chiesto perfino il supporto, negato, di Tiger Woods. In fondo, anche gli eccessi del politicamente corretto sono una minaccia su cui vigilare.