Daniele Rimpelli, ora comincio a fare sul serio!

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Daniele Rimpelli è il pilone sinistro delle Zebre. Alla quarta stagione con la squadra di Parma ormai è diventato una colonna portante, tanto da guadagnarsi la convocazione, con debutto, in Nazionale in questa stagione. Più un punto di partenza che un punto d’arrivo per il ventitreenne di Reggio Emilia che ci ha raccontato del suo minuto prima ma anche di sogni, speranze, obiettivi da raggiungere e del mondo del rugby, sfatando un mito sul leggendario terzo tempo…


Daniele è stata un’annata particolare, difficile per via della pandemia ma per te molto particolare… Hai esordito in nazionale!

È stato incredibile, magari non come lo avevo sognato, ma ogni convocazione in nazionale è bellissimo. L’esordio è stato un mix di emozioni, il raggiungimento di un sogno che mi accompagna fin da piccolo. Ora vediamo quali saranno i prossimi. Ho raggiunto il primo obiettivo è ora l’asticella si alza. Un buon punto di arrivo ma soprattutto un ottimo punto di partenza per i prossimi sogni da realizzare

E quali sono i prossimi?

Sicuramente vorrei fare in modo che non sia un evento isolato, vorrei poter mettere insieme più presenze, magari giocare un mondiale e poi diventare allenatore. Ho tanti obiettivi che ora vanno studiati bene per trovare quello in cui mi rispecchio di più.

Da dove nasce la tua passione per il rugby?

Ho cominciato a 5 anni dopo aver seguito mio fratello. Reggio Emilia è una realtà sportiva ampia, ci sono tanti sport importanti, non come ad esempio succede a Calvisano dove si vive di rugby. C’era un campo vicino a casa e fin da piccolissimo ho cominciato, anche attraverso campi estivi. Mi è piaciuto, ho iniziato a farlo con passione e non l’ho mai più mollato.

Cosa rende il rugby così speciale per te?

Diciamo che non avendo provato altro non potrei fare paragoni. Del rugby mi piace la duttilità e la valorizzazione di ogni aspetto a livello atletico e mentale: fisicità velocità intelligenza. Tutti possono giocare e sviluppare la propria caratteristica e poi non ci sono mai atteggiamenti negativi come ad esempio nel calcio e i genitori non stressano i figli perchéottengano risultati. L’ambiente è tranquillo, poi chiaro che più sale il livello più aumenta la pressione. Il rugby è come una seconda famiglia che ti rimane addosso.

Curiosità: ma il terzo tempo è così leggendario come dicono?

Il terzo tempo è un po’ banalizzato, e anche un po’ mitizzato. Non scorrono fiumi di alcol e non è tutto felicita, baci e abbracci. È la semplicità che fa la differenza. Ad esempio nei campionati più importanti come quello delle Zebre è più difficile avere momenti di questo tipo e rapporti così stretti, ma alla fine basta un sorriso o una parola buona. Non c’è mai ostilità nel post partita. A Calvisano a fine partita ad esempio mi trovavo a chiacchierare con ragazzi con cui magari avevo giocato In accademia da ragazzino: si parla dei vecchi tempi e della partita ma è sempre bello nella sua semplicità fa molto piacere… Come dicevo prima la squadra è una famiglia e la fatica unisce sia nelle cose belle che in quelle brutte.

Che tipo di giocatore sei?

Io sono un giocatore che non si fa molto notare , non sono spettacolare preferisco profilo basso e lavoro sporco.

Quando ti sei accorto che il rugby poteva essere più che un passatempo?

Giocare è a sempre stato il mio sogno e ho sempre provato dare il massimo per capire dove si poteva arrivare: non è mai stato un peso uscire meno con gli amici o studiare fino a tardi per conciliare scuola e allenamento. s”Sono sempre andato avanti così fino a quando mi sono reso conto che era diventato un lavoro

Com’è giocare con le Zebre? È molto diverso dalle altre squadre in cui sei stato?

Gli impegni sono molto più intensi rispetto ad esempio a Calvisano. Ci alleniamo tutti i giorni, spesso anche due volte al giorno. Nelle Zebre gioco e lavoro non possono coesistere. A livello personale la differenza è che a Calvisano, che è una città più piccola avevamo due o tre punti di riferimento per stare sempre uniti con la squadra anche nel tempo libero, a Parma magari è un po’ più difficile.

Bilancio stagionale?

A livello personale provo molta felicità. È il quarto anno alle zebre e non sono più ragazzo nuovo che deve mettersi in mostra. Comincio a essere performante e sono arrivati ottimi risultati nonostante alcuni momenti difficili.

Per la prossima invece cosa ti aspetti?

Una stagione e sempre difficile da immaginare. Puntiamo sempre a fare meglio. Non voglio sbilanciarmi, tanti giocatori andranno e tanti arriveranno. Sarà importante inquadrare i punti di forza, valorizzarli e provare a ottenere risultati di cui tutto il rugby italiano ha bisogno

Cosa provi un minuto prima di scendere in campo?

Sono sensazioni intensissime. Non la definisco ansia perché il mio lavoro è bellissimo, forse una sensazione più vicina alla frenesia, non vedo l’ora che inizi la partita per rilassarmi, anche se è un po’ assurdo. Durante la partita sai cosa devi fare, puoi giocare è smettere di vivere e tutto nella tua testa.

E un minuto dopo?

Un minuto dopo sei ancora dentro mentalmente. Ti importa più che altro del risultato. Poi dopo arriva la valutazione sulla prestazione personale. Provi a rilassarti e a star tranquillo per cominciare a focalizzarti sulla prossima.

Ci hai parlato all’inizio di obiettivi da raggiungere… qual è il prossimo a breve termine?

Il prossimo sarebbe finire la scuola, devo prendere il diploma perche a 23 anni ci vuole!