LO SCHIANTO DI TIGER E QUEL PRECEDENTE DI BEN HOGAN

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di Valentina Buzzi

Vincendo l’Augusta Masters 2018, dopo un’assenza di due stagioni sul Tour a causa di problemi cronici alla schiena e un’astinenza da Major lunga 10 anni, Tiger Woods si è reso protagonista di uno dei più memorabili comeback della storia dello sport. L’impresa era nell’aria già alla vigilia del torneo, quando in conferenza stampa Tiger venne  sollecitato proprio sull’argomento: qual’è Il più grande ritorno di sempre?

Vorrei dirvi il mio, ma tra me e la leggenda ci sono ancora 4 round da giocare. Scherzi a parte, senza dubbio quello di Ben Hogan. Ha subito un grave incidente automobilistico, ha avuto la forza di guarire e tornare a giocare, vincendo ancora diversi Major. Il dolore che ha dovuto sopportare, i continui bendaggi alle gambe che gli rendevano difficile persino camminare… Hogan è stato un eroe e siamo fieri che appartenga proprio al nostro sport.

Nessuno, Tiger compreso, avrebbe mai immaginato che tre anni dopo sarebbe stato lo stesso Woods a ritrovarsi in quella situazione: vittima di un rovinoso incidente automobilistico, sottoposto a una sfilza di operazioni per tentare di risanare le gambe gravemente danneggiate, chiamato a nuova rinascita da media e tifosi, decisamente contrariati all’idea che la carriera di uno dei più grandi golfisti di tutti i tempi possa essere terminata sul pendio di una collina di Rancho Palos Verdes, nella conte di Los Angeles, la mattina del 23 febbraio 2021.

Il paragone naturale tra la vicenda di Ben Hogan e quella di Tiger non significa affatto che l’epilogo potràessere lo stesso: Woods ha 45 anni e, poche settimane prima dello schianto, si era sottoposto al quintointervento chirurgico alla schiena mentre Hogan all’epoca dei fatti, nel 1949, di anni ne aveva 36, era fisicamente in forma e soprattutto non aveva alle spalle una lunga storia di infortuni. Mentre, quello che aveva, era una serie di svariate motivazioni per tenere ancora in vita la sua relazione con il golf.

Sono le prime luci dell’alba del 2 febbraio 1949 quando su una strada coperta di ghiaccio e avvolta dalla nebbia, 37 miglia a ovest di Van Horn, in Texas, un autobus della compagnia Greyhound si scontra frontalmente con una berlina Cadillac nera che trasporta Ben Hogan e sua moglie Valerie. La coppia stava tornando a casa a Fort Worth da Phoenix, dove il golfista aveva perso un playoff contro il collega texano Jimmy Demaret. Indiscutibilmente, Hogan era il numero 1 del golf all’epoca, con 10 vittorie collezionate l’anno prima, nel 1948, per un totale di 37 titoli dalla fine della seconda guerra mondiale.

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Dopo aver attraversato un piccolo ponte sulla Highway 80, Hogan non aveva spazio per evitare l’autobus da 9 tonnellate in arrivo, che aveva appena superato un camion e stava ancora occupando la corsia opposta. Hogan cercò di far sobbalzare l’auto più a destra che poteva e poi si tuffò sul corpo di sua moglie mentre l’autobus si precipitava su di loro a quasi 80 km/h. Quel gesto di galanteria si rivelò una mossa salvavita per entrambi. Se Valerie non fosse stata protetta dal marito, sarebbe schizzata fuori dalla macchina attraverso il parabrezza anteriore. Se Ben non avesse avuto quello slancio istintivo verso la moglie, si sarebbe ritrovato con il piantone dello sterzo conficcato nel petto.

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Ci volle un’ora per liberare Hogan dal relitto. Il corpo del campione in carica dello Us Open riassumeva da solo un intero bollettino di guerra: frattura alla caviglia sinistra, contusioni multiple, una clavicola rotta, una costola incrinata, doppia frattura del bacino, un’abrasione alla testa e diverse lesioni interne. Inizialmente, i medici non erano certi che sarebbe sopravvissuto, e se lo avesse fatto, non potevano essere sicuri che avrebbe mai più camminato. Ritornare al golf competitivo di alto livello, poi, era una frase da periodo ipotetico dell’irrealtà per il “Golfer of the Year” del 1948, il primo uomo da Gene Sarazen nel 1922 a vincere il National Open e il PGA Championship nello stesso anno.

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Hogan trascorse 59 giorni in un ospedale di El Paso, ma un mese dopo la sua degenza, la situazione peggiorò bruscamente quando coaguli di sangue iniziarono a formarsi all’interno della gamba sinistra e una, rompendosi, finì per invadere il polmone destro. Fu uno specialista della Tulane University di New Orleans, il dottor Alton Ochsner, a evitare il peggio, trovando il modo di legargli la vena cava, la vena principale che trasporta il sangue dagli arti inferiori al cuore. Per questo motivo, Hogan avrebbe sopportato forti dolori e problemi circolatori alle gambe per il resto della sua vita. Avrebbe dovuto avvolgere in bende ogni giorno e metterle a bagno in acqua calda ed epsomite (o sale inglese) dopo ogni round. Proprio comeaveva ricordato Tiger in conferenza stampa.

Hogan arrivò a casa il 1 ° aprile e, a maggio, era già tornato su un campo da golf, ma solo come spettatore al Dallas Athletic Club, per osservare Byron Nelson e altri amici nel Texas PGA. Disse ai giornalisti che era in grado di camminare per non più di tre buche e temeva che, tra tutte le ferite riportate, non fossero tanto le gambe a penalizzare il suo ritorno allo sport agonistico, bensì la clavicola rotta.

Mi chiedo se mi permetterà mai di far oscillare di nuovo una mazza da golf

É la vita che sta bussando di nuovo alla sua porta, chiedendogli l’ennesima dimostrazione di coraggio e ribellione alle avversità. Ben le aveva testate ben presto, quando ad appena 9 anni assistette al suicidio del padre, affrontando da subito le durezze di una vita da orfano. Depressione, disadattamento, sindrome da stress post traumatico: i figli di genitori morti suicidi ne sono spesso afflitti. Ma il problema più urgente a quel tempo per Hogan era la povertà in cui la sua famiglia era improvvisamente precipitata. Allora il giovane Ben si mise a lavorare: vendeva giornali per aiutare la mamma e pagare le bollette. Poi un giorno, all’età di 11 anni, camminò per oltre 10km fino al Glen Garden Country Club, perchè aveva sentito dire che si poteva guadagnare qualche soldo portando sacche da golf. E fu così che Ben Hogan venne adottato da uno sport che lo tirò fuori dall’abisso umano e materiale.

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Non era un talento naturale come Sam Snead o Byron Nelson, ma la pura tenacia e la determinazione lo portarono comunque ai vertici. Per anni, ha dovuto lottare come contro un gancio disarmante che lui era solito descrivere come un serpente a sonagli nella tasca

Non ha vinto un torneo prima dei 27 anni e, con la carriera interrotta dalla Seconda Guerra Mondiale (Hogan ha servito nell’aeronautica militare americana), non ha vinto un Major prima dei 34. Dopo il frontale con il bus della Greyhound la corsa matta e disperatissima per conquistare quel ritaglio di equilibrio nella propria vita, ripartiva da zero.

Non so se potrò far oscillare di nuovo una mazza da golf

Pronunciando quelle parole ai microfoni dei giornalisti, Ben stava sottovalutando l’innata abilità di riscatto (di resilienza, diremmo oggi) che risiedeva in lui. Onesto. Lavoratore. Disciplinato. Stoico. Un lupo solitario (che decise di negarsi l’affetto di un figlio), perennemente invischiato nella lotta contro la natura e gli elementi, sia quelli fuori che dentro di lui. Nei mesi successivi alla sua apparizione da spettatore al Dallas Athletic Club migliora abbastanza da adempiere ai suoi doveri di capitano della squadra americana di Ryder Cup, nel settembre nel 1949 al Ganton Golf Culb in Inghilterra. Ma bisognerà attendere fino al 10 dicembre prima che Hogan sia in grado di giocare le prime 18 buche della sua nuova carriera, in tournée al Colonial Country Club. Non rivelò mai il punteggio,limitandosi a dire:

Non ho colpito la palla molto bene

Il che contribuisce a rendere gli eventi del mese successivo ancora più sorprendenti. Tornato in gara al Riviera Country Club, dove aveva vinto lo US Open, Hogan prende il comando grazie a un giro finale di 69 colpi. Ma Sam Snead, con due birdie nelle ultime due buche, lo aggancia in vitta, prolungando la gara al playoff. Con le gambe deboli e doloranti (tanto da doversi dotare di un uno sgabello dove sedersi tra un colpo e l’altro), Hogan non può nemmeno pensare di affrontare uno spareggio di altre 18 buche. Sono le forti piogge, che costringono gli  organizzatori a rinviare il playoff di una settimana, a far sperare in un epilogo da favola, ma Sam Snead non è affatto d’accordo: chiude le 18 buche extra in stretto par, 72 colpi, contro i 74 di Ben e conquista il torneo. Poco importa: l’happy ending di Hogan è rinviato solo di qualche settimana e avrà una cornice ancora più spettacolare, il Merion Golf Club, sede dello Us Open 1950.

 

Lo Us Open, si sa, è la gara tradizionalmente più difficile dell’anno per come viene preparato il campo. Basti pensare che proprio in quell’edizione del 1950 un giocatore come Gene Sarazen arrivò 35esimo (non ultimo) con uno score di +22 (ovvero 22 colpi sopra il par). Le 36 buche previste per il sabato furono una vera tortura per Hogan, uno sforzo quasi sovraumano tanto che i compagni di gioco lo soccorsero più volte per evitare che crollasse a terra. Ma Ben riuscì comunque ad arrivare al playoff, con un colpo entrato nella leggenda del golf. Alla 18 aveva bisogno del par: con il drive si ritrovò a 200 metri (la buca allora misurava 410 metri), impugnò il ferro 1 (il ferro più difficile che un giocatore può pescare dalla sacca), spedì la palla in green e con 2 putt riuscì a prendere l’ultimo biglietto per lo spareggio. Al playoff giocò molto bene, e fu anche aiutato da un pizzico di fortuna: uno degli avversari, George Fazio, vide un’ape che si posò sulla suapallina (che aveva già piazzato), la tirò su, la soffiò via ed ebbe due colpi di penalità.

Hogan comunque vinse di 3 colpi ed era soltanto 15 mesi dopo essere tornato a casa dal quel terribile incidente automobilistico. I giornali consegnarono alla leggenda il Miracolo di Merion, un miracolo che torna oggi di  strettissima attualità perchè tutti (tifosi, media, avversari) vorrebbero vederlo applicato a Tiger Woods. Il Fenomeno dei green tornerà a giocare a golf e potrà regalare un ultimo grande acuto? I media non possono certo permettersi previsioni che nemmeno i medici, in questo momento, si sentono di fare. L’accostamento tra la vicenda di Woods e quella di Hogan non è una predizione, piuttosto una suggestione, un augurio forse. Sicuramente una bella storia di coraggio e resistenza che merita di essere raccontata.