Il Magic Cagliari di Gianfranco Zola

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La storia di Gianfranco Zola e dei motivi del suo ritorno a Cagliari contenuti nel docufilm prodotto da Sky “A chent’annos” che celebra i 100 anni del club sardo

di Valentina Campus

 

Qualcuno avrà pensato: quello è matto, lasciare la Premier League per andare a giocare in Serie B. Gianfranco Zola comincia così il racconto del suo viaggio di ritorno in Sardegna contenuto nel docufilm prodotto da Sky “A chent’annos”, diciotto anni fa, a Cagliari (dove non aveva mai giocato), dopo i 7 anni passati al Chelsea e ancor prima le esperienze a Parma e nel Napoli di Diego Armando Maradona.

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Era l’estate del 2003 e il club londinese era appena stato acquistato da Roman Abramovich, eppure, nonostante le lusinghe e i sogni di gloria prospettati dalla nuova proprietà, Zola fu irremovibile.

Il giocatore ribattezzato dagli inglesi Magic Box per il talento, il garbo e la correttezza fuori e dentro al campo, intitolato membro onorario dell’Ordine dell’Impero Britannico e nominato nel 2007 il miglior giocatore della storia del Chelsea, si era già impegnato con il presidente del Cagliari, Massimo Cellino, e non poteva più tornare indietro. Perché quando un sardo dà la sua parola, è come se la scolpisse nella pietra. Giocare per il Cagliari era una scelta dettata dal cuore, finalmente avrebbe indossato la maglia che lo aveva fatto innamorare del calcio, da bambino, con un proposito importante: lasciare nella storia del club un segno profondo, indelebile.

Andavo a Cagliari per fare qualcosa che avevo sempre desiderato. È sempre stata una mia volontà tornare e trasmettere le conoscenze che avevo appreso negli anni.

Quando la dirigenza rossoblu annunciò il suo arrivo, l’intera isola ripose in lui tutte le speranze: da tre anni il Cagliari provava a risalire in in Serie A e Zola si assunse quella responsabilità senza che diventasse un peso, anzi, per lui quella missione diventò uno stimolo ancora più forte.

Sapevo che la gente si aspettava tanto da me e io mi aspettavo tanto da quella esperienza.

Zola si rivelò l’uomo giusto al momento giusto. La promozione arrivò l’estate successiva, nel 2004, a coronamento di una delle stagioni più memorabili della collezione di ricordi rossoblu. Con Zola in campo c’erano, tra gli altri, David Suazo, Mauro Esposito, Antonio Langella, Nelson Abeijon e Gianluca Festa, rientrato anche lui dall’Inghilterra dopo 5 anni trascorsi in Premier League tra Middlesbrough e Portsmouth. Un gruppo forte tecnicamente e compatto emotivamente, e quel legame che univa i giocatori era rafforzato dall’incombenza di giocare a Tempio (249 km di distanza dal capoluogo sardo) le partite in casa. Una trasferta continua, un ulteriore coefficiente di difficoltà che cementò il rapporto non solo all’interno dello spogliatoio ma anche tra giocatori e tifosi.

Senza il riferimento del Cagliari, quando iniziai a giocare nel mio paese, non sarebbe stato forse possibile diventare il giocatore che sono stato.

Per Zola il ritorno in Sardegna non è stato solo il capitolo conclusivo di una brillante e fortunata carriera, ma anche la chiusura di un cerchio, che si era aperto in un campetto di Oliena, il piccolo paese dove Zola è nato e cresciuto prima di diventare Magic Box. Cagliari è stata per Zola il richiamo della foresta, quel senso di appartenenza irrinunciabile, che in un sardo è scritto in grassetto nel codice genetico.